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Pompei: agosto 79 d.C.8 min read

Pompei: agosto 79 d.C.

Pompei: agosto 79 d.C. si erano da poco tenuti i Vulcanalia a Roma, quando il Vesuvio diede inizio a un tremendo e macabro spettacolo di orrore e morte.
Il vulcano, fino ad allora sopito, eruttò subissando di lava, lapilli e ceneri per tre lunghi e interminabili giorni gli abitanti di Pompei.
Pompei non fu l’unica città colpita. i fumi dell’eruzione e la lava raggiunsero anche le città vicine di: Stabia, Oplontis, fino a lambire Nocera e, sul versante opposto, Ercolano.
Pompei

Avvisaglie

Un terremoto aveva già colpito la citta nel 62 d.C., quando diversi edifici erano crollati per poi essere ricostruiti.
La popolazione, conscia della presenza del vulcano, aveva nuovamente scelto di stabilirsi a Pompei.
Anche, nel 79 d.C. l’eruzione del Vesuvio venne preannunciata da scosse di terremoto.
In esse trovarono la morte diversi abitanti per via del crollo degli edifici a più piani che si ripiegavano su se stessi.

Pompei ridente colonia commerciale e non solo

Nell’anno dell’eruzione, Pompei ci appare al massimo del fulgore di quegli anni.

La città si presentava come una Roma in miniatura dove gli stessi cittadini romani venivano in villeggiatura a beneficiare del clima mite del mare.

E’ stato possibile ricostruire questo quadro generale grazie all’incredibile stato in cui la colata di lava ha fermato la vita di Pompei consegnandola alla Storia.

I primi ritrovamenti si hanno nel 1700 grazie al ritorno in voga dell’ amore per i classici e alla scoperta dei tesori che l’archeologia di quegli anni poteva donare.

Gli scavi furono ordinati e finanziati dal Re Carlo III di Borbone,  che si mostrò estremamente geloso di questa sua impresa e dei tesori che il suolo vesuviano nascondeva ai più.

Lo studioso che decreterà la fama degli scavi di Pompei, Winckelman, dovette fare richiesta specifica e scritta al Re per poter visionare la zona dell’area archeologica.

Fra fine Settecento e inizio Ottocento cominciarono a formarsi le prime raccolte di reperti.

I reperti furono collocati prima alla Reggia di Portici e, poi, a Napoli nel Real Museo Borbonico, primo nucleo dell’attuale Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Grand Tourist a Pompei

Poco più tardi, nel 1786, Goethe, ammiratore di Winckelman, amante dell’archeologia, dell’arte e del paesaggio, durante il suo Grand Tour che lo portò fino in Campania, ebbe a dire:

“Domenica andammo a Pompei. Molte sciagure sono accadute nel mondo, ma poche hanno procurato altrettanta gioia alla posterità. Credo sia difficile vedere qualcosa di più interessante. Le case sono piccole  e anguste, ma tutte contengono all’interno elegantissime pitture. La porta cittadina, con l’attiguo sepolcreto. Un posto mirabile, degno di sereni pensieri”.

Pompei
Johann Joachim Winckelmann

Da allora infatti Pompei ed Ercolano entrarono di diritto e di prepotenza nell’itinerario del Grand Tour (che spesso si fermava a Roma) e si imposero nel panorama artistico degno di essere visitato, ritratto e immortalato sotto forma di schizzi e vedute. Infatti solo quando cominciano gli scavi ad Ercolano nel 1738 e a Pompei nel 1748 queste due località, con Napoli, furono incluse come tappe fondamentali nell’itinerario dei viaggiatori e con essi anche il resto del nostro Meridione.

L’Italia diventa luogo di eccellenza della classicità, e si conferma ancora una volta, museo a cielo aperto anche grazie anche alle continue scoperte archeologiche e all’immenso patrimonio di antichità rivelato dagli scavi di Pompei ed Ercolano. 

Lord Byron definì Pompei e il Vesuvio, insieme al particolare arcobaleno delle Cascate delle Marmore, tra le meraviglie italiane degne di essere viste. Dickens rimase affascinato da un’emblematica visione, quando giunge in una mattinata di sole,  passando per Capua e Napoli, fino a Ercolano e Pompei.

 

Pompei
L’ultimo giorno di Pompei, dipinto di Karl Pavlovič Brjullov del 1830-1833

Qui, tra le rovine del Tempo, oggetti e momenti casuali del passato remoto sono fissati per sempre nella pietra. Così nel grande mercato di Pompei, Dickens si ferma a contemplare il cono fumante del Vesuvio a distanza ravvicinata con la strana e malinconica sensazione di vedere il Devastato e il Distruttore nella stessa luce, serenamente raffigurati nel Sole.

Non a caso il caro vecchio dr. Samuel Johnson aveva detto:

“Colui che non ha viaggiato in Italia soffrirà sempre di un senso di inferiorità perché non avrà visto ciò che ogni uomo dovrebbe vedere”.

Un testimone illustre

Della grande eruzione, fu testimone diretto e illustre Plinio il giovane che trovandosi a Miseno (l’odierna Bacoli) con la famiglia, raccontò diversi anni dopo all’amico Tacito, di come vi perse la vita anche lo zio Plinio il vecchio (che lo aveva adottato) e che aveva armato una spedizione di soccorso dal mare verso Ercolano per aiutare una famiglia di amici.
“Mio zio si trovava a Miseno dove comandava la flotta. Il 24 agosto, nel primo pomeriggio, mia madre attirò la sua attenzione su una nube di straordinaria forma e grandezza. Egli aveva fatto il bagno di sole, poi quello d’acqua fredda, si era fatto servire una colazione a letto e in quel momento stava studiando. Fattesi portare le scarpe si recò su un luogo elevato da dove si poteva benissimo contemplare il fenomeno.
Una nube si levava in alto, ed era di tale forma ed aspetto da non poter essere paragonata a nessun albero meglio che a un pino”.
Pompei

La spedizione di Plinio il vecchio

“A mio zio, che era uomo dottissimo, tutto ciò parve un fenomeno importante e degno di essere osservato più da vicino, per cui ordinò che si preparasse una liburnica (un tipo di nave leggera e veloce) offrendomi se volevo, di andare con lui.

Risposi che preferivo studiare: era stato lui stesso, infatti, ad assegnarmi qualcosa da scrivere. Mentre usciva di casa gli venne consegnato un biglietto di Retina, moglie di Casco, la quale, spaventata dall’imminente pericolo (perché la sua villa stava in basso e ormai non v’era altra via di scampo che montare su una nave), lo supplicava di liberarla da una situazione così tremenda.

Mio zio allora modificò il suo piano e compì con eroico coraggio quel che si era accinto a fare per ragioni di studio. Diede ordine di mettere in mare le quadriremi e vi salì egli stesso con l’intenzione di correre in aiuto non solo di Retina, ma di molti altri, perché quell’amenissima costa era fittamente popolata.

In gran fretta si diresse là, da dove gli altri fuggivano, navigando diritto tenendo il timone verso il luogo del pericolo con animo così impavido da dettare o annotare egli stesso ogni nuova fase e ogni aspetto di quel terribile flagello, come gli si veniva presentando allo sguardo.

Già la cenere cadeva sulle navi tanto più calda e fitta quanto più esse si avvicinavano; già cadevano anche pomici e pietre nere, arse e frantumate dal fuoco; poi improvvisamente si trovarono in acque basse e il lido per i massi rotolati giù dal monte era divenuto inaccessibile.

Egli rimase un momento incerto se dovesse tornare indietro. Poi, al pilota che lo consigliava, disse: ‘La fortuna aiuta gli audaci; drizza la prora verso la villa di Pomponiano a Stabiae!’.”

La villa di Pomponiano a Stabia

Stabia è dall’altra parte del golfo e la nave di Plinio deve aggirarlo per raggiungere l’amico Pomponiano che lo aspetta in fibrillazione, avendo preparato armi e bagagli per scappare.

Pompei

Ma Plinio giunge con “aspetto di persona serena”, lo calma e lo tranquillizza;  si fa invitare a entrare nella villa dove viene condotto prima in bagno per rinfrescarsi e poi a tavola (sic).

La tranquillità di Plinio è tanta che mentre gli altri stanno alzati tutta notte senza chiudere occhio, lui dorme e ronfa sonoramente:

“Poi si mise a dormire, e dormì veramente poiché la respirazione, molto grave e sonora per la grossezza del corpo, era udita da tutti coloro che passavano davanti alla porta della sua camera.

Svegliato venne fuori e si unì a Pomponiano e agli altri.

Si consultarono se dovessero rimanere in casa o tentare di uscire all’aperto: per frequenti e lunghi terremoti la casa traballava e dava l’impressione di oscillare in un senso o nell’altro come squassata dalle fondamenta.

Stando all’aperto v’era da temere la caduta dei lapilli e pomici, anche se queste ultime sono leggere e porose.

Alla fine confrontati i pericoli, fu scelto quest’ultimo partito. Prevalse in mio zio la più ragionevole delle due soluzioni, negli altri invece il più forte dei timori. Si misero dei cuscini sul capo e li legarono con fazzoletti: e questo servì loro per protezione contro le pietre che cadevano dall’alto”.

 

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Pompei: La fine

Sempre Plinio racconta gli ultimi istanti di vita dello zio e della sua disperata impresa:

“Mentre altrove faceva giorno, colà era notte, più oscura e più fitta di tutte le altre notti, sebbene fosse rischiarata da fiamme e bagliori.

Fu deciso di recarsi alla spiaggia per vedere da vicino se fosse possibile mettersi in mare; ma il mare era ancora pericoloso perché agitato dalla tempesta.

Allora fu steso un lenzuolo per terra e mio zio vi si adagiò sopra, poi chiese più volte acqua fresca da bere. In seguito le fiamme e un odor di zolfo annunciatore del fuoco costrinse agli altri di fuggire e a lui di alzarsi. Si tirò su appoggiandosi a due schiavi, ma ricadde presto a terra.

Secondo me, l’aria troppo impregnata di cenere deve avergli impedito il respiro ostruendogli la gola, che per natura era debole, angusta e soggetta a frequenti infiammazioni.

Quando il giorno dopo tornò a risplendere (era il terzo da quello che egli aveva visto per l’ultima volta), il suo corpo fu trovato intatto, illeso, coperto dalle medesime vesti che aveva indosso al momento della partenza; l’aspetto era quello di un uomo addormentato, piuttosto che d’un morto”.

Pompei

 

Volete approfondire? Ecco alcuni spunti:
Queste tremende giornate vengono ripercorse con particolare accuratezza nel romanzo storico di Stefania De Prai che ringrazio per lo spunto offertomi:
Ti piacciono i nostri articoli? Eccone altri…

Author

Antonia

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