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Il veleno e l’inchiostro – quando le pagine velenose uccidono4 min read

Pagine velenose, storie oscure di arsenico e tonache…

Pagine velenose, intrise di misteriosi composti… 

I pericolosi preparati hanno un ruolo centrale nelle pagine del capolavoro letterario dello scrittore Umberto Eco, “Il nome della rosa”, ambientato in un’abbazia medievale ed incentrato su una serie di morti misteriose a cui la biblioteca e le mura dello scriptorium fanno da scenario.

Lo scrittore medievalista e bibliofilo originario di Alessandria si è ispirato all’Abbazia di Santa Scolastica situata a Subiaco, così come dichiarato durante una Lectio Magistralis tenuta nel 2015 in onore del 550esimo anniversario dall’introduzione in Italia della stampa a caratteri mobili, avvenuta con il contributo del monaco Arnold Pannartz e del tipografo e chierico della diocesi di Magonza, Conrad Sweynheym; nel monastero di Subiaco dedicato al culto della Santa, sorella del Santo Benedetto di Norcia, videro la luce, infatti, i primi tre volumi pubblicati per mezzo della stampa a caratteri mobili: «Lattanzio», consistente nella raccolta delle opere dell’omonimo scrittore romano,  “De oratore” di M.T. Cicerone e l’opera “De civitate Dei” di Sant’Agostino.

Pagine velenose

I libri avvelenati, tuttavia sono al centro di un’importante scoperta fatta ad opera dei ricercatori del Cultural Heritage and Archaeometric Research Team (CHART), della Biblioteca dell’University of Southern Denmark , della Library of Natural History e del Preservation Services Dept delle Smithsonian Libraries, Smithsonian Museum Conservation Institute, del Smithsonian Office of Safety, Health, and Environmental Management, e della Newtec Engineering la cui ricerca è stata pubblicata su Heritage Science volume 7 del 2019 con il titolo “Poisonous books: analyses of four sixteenth and seventeenth century book bindings covered with arsenic rich green paint”; lo studio svoltosi in Danimarca ha interessato tre libri databili tra il XVI ed il XVII secolo e custoditi presso la Biblioteca della University of Southern Denmark.

L’iniziale analisi apparente, basata sull’osservazione, avrebbe indotto gli studiosi a ritenere che il colore fosse il prodotto dell’utilizzo del cosiddetto “Verde di Parigi”, un pigmento particolare, adoperato dai pittori ed artisti di epoca vittoriana e, solo successivamente – con l’analisi tecnica e scientifica effettuata sui libri – sarebbe stata rilevata la presenza di importanti tracce di arsenico sulle copertine color verde brillante; allo stesso modo, il contenuto dei tomi presi in esame sarebbe apparso da subito illeggibile a causa dell’esteso strato verdastro presente sulle pagine di pergamena.

Pagine velenose

Gli studi hanno dimostrato che i pigmenti verdi son stati il prodotto di una miscela di orpimento giallo (As2S3) ed indaco blu (C16H11N2O2), la cui ricetta parrebbe fedele al trattato sulla pittura scritto in volgare ad opera del pittore italiano del XV secolo Cennino d’Andrea Cennini, autore de “Libro dell’Arte”, opera che contiene importanti informazioni sui pigmenti, sui pennelli e sulle tecniche della pittura proprie dell’affresco e della miniatura;
lo stesso pittore natio di Colle Val d’Elsa scriverà delle note in merito alla pericolosità del pigmento in questione.
La manipolazione materiale di questi antichi volumi risulta essere assai pericolosa; tuttavia, i ricercatori,  non escludono l’ipotesi che l’arsenico sia stato applicata secoli or ‘sono dai rilegatori allo scopo di proteggere i libri – beni preziosi dell’umanità – da insetti e roditori.

Pagine velenose

Attualmente, i tre volumi, sono custoditi all’interno di un armadio ventilato in attesa della digitalizzazione che sarà utile al fine di evitare il contatto con la sostanza veleno.

Lo studio effettuato ha rivelato, altresì, che molti monaci dell’abbazia cistercense di Om sarebbero deceduti a seguito dell’intossicazione da mercurio adoperato nelle ricette per la preparazione del cinabro (conosciuto come “vermiglione”), pigmento rosso vivo utilizzato – secondo gli studi archeologici – sin dal Neolitico per le pitture murali.
Il pigmento rosso, di tonalità quasi porpora, in epoca romana veniva chiamato erroneamente “minum” e confuso con il minio, pigmento ricavato dal piombo che darà successivamente origini al termine “miniatura”.

Gli studi hanno dimostrato che furono proprio gli alchimisti occidentali coloro che iniziarono a sintetizzare il solfuro di mercurio dallo zolfo e dal mercurio: questo preparato, che assunse il nome di vermiglione, venne utilizzato per miniare i manoscritti a partire dall’XI secolo; sostanze altamente pericolose per la salute che sarebbero state la causa principale di avvelenamenti ed intossicazioni letali che avrebbero causato la morte di alcuni tra i monaci addetti agli scriptoria medievali.

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Author

Antonia

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