La tragedia di Medea nelle mani di Euripide e Seneca

tragedia di Medea
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La tragedia di Medea nelle mani di Euripide e Seneca

a cura di Altea Alaryssa Gardini
tragedia di Medea

La storia, o per meglio dire la tragedia di Medea travalica i secoli e molti autori si sono confrontati con la sua storia.

Alcuni hanno trattato del periodo in cui Giasone arriva sulle coste della Colchide, altri si sono occupati del periodo in cui Pelia fu fatto a pezzi e gettato in un calderone e ancora altri hanno trattato il momento in cui Medea, ormai, “salva” dall’empietà di Giasone è sposa di Egeo ad Atene.

La Tragedia di Medea è stata parte sia della tradizione Attica sia di quella Romana ed entrambe hanno donato alla nostra protagonista caratteristiche e differenze che ne hanno arricchito il mito e la leggenda.

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Giasone e Medea (1907), opera di John William Waterhouse.

Due su tutti, uno esponente del teatro tragico attico e l’altro di quello romano, trattando dello stesso episodio, hanno reso la Medea indimenticabile: Euripide e Seneca.

Entrambi apportarono novità alla rappresentazione e entrambi ebbero i loro motivi per farlo.

La tragedia di Medea ad opera di Euripide

Euripide fu, durante tutta la sua produzione, interessato ai risvolti della storia di Medea. Infatti nell’agone Dionisiaco del 455 a.C. propone la rappresentazione delle Peliadi.

In seguito scrisse l’Egeo, anche se non possiamo definire se lo abbia fatto prima o dopo di aver portato in scena, nel 431 a.C., la Medea che tutti conosciamo.

L’episodio narrato nella tragedia lo conoscete: Giasone decide di prendere in moglie la figlia di Creonte e Medea è, a dir poco, disperata e afflitta.

Euripide, per confezionare la tragedia di Medea (che risulterà rivoluzionaria), attinge a molte tradizioni e la renderà unica e imitata da molti a venire.

Per la prima volta, tra tutte le opere precedenti, è la mano di Medea ad uccide i propri figli.

In questa tragedia, Medea viene trasformata in un eroe epico. Come Aiace in Sofocle, Medea teme, su ogni cosa, essere schernita dai suoi nemici e perdere così la sua gloria.

Come ogni eroe, Medea sarà il centro della rappresentazione dal primo all’ultimo momento.

Lei è sulla scena sempre anche quando non c’è, infatti la sentiamo inveire e piangere mentre la nutrice sta parlando al pubblico.

Quali sono gli elementi della tragedia di Medea che la rendono un eroe del mito?

La nostra protagonista è determinata, sorda alla persuasione e mossa dalla passione della sua collera. La cosa che più conta per lei è il suo onore: nessuno più, dopo questo, dirà che Medea è una debole.

Se avete seguito lo scorso articolo, visto di cosa era capace possiamo dubitare che qualcuno la considerasse tale

Non so voi, ma se fossi stata in Giasone avrei avuto più accortezza nel considerarla “solo una donna”.

Nonostante Euripide abbia preso come modello il lavoro di Sofocle, la Medea si differenzia per un fatto che sarà determinante: in quanto donna, è costretta a mantenere segreto il suo proposito.

Sì, perché gli eroi uomini possono dire a tutti quello che stanno per fare, provate voi a fermarli!
Sono figli di dèi, grandi strateghi e re.
Inoltre, ve lo ripeto: sono uomini.

Ora, cercate di immaginare la società ateniese che si trova davanti la tragedia di Medea.

La donna, anche da protagonista della storia, ha sempre mirato a farsi consolare e vendicare. Di solito, la troviamo ritratta in un modo quanto più vicino alla personificazione di rare virtù.

La donna ateniese non si sognerebbe mai di prendere il posto di colui che crea e disfa, non si sognerebbe mai di essere nel ruolo maschile.

Ad Atene, nel 431 a.C., la prima rappresentazione della tragedia di Medea Euripidea fu qualcosa di scioccante.

Sapete dove si trova il teatro di Dioniso ad Atene?

Immaginatevi di avere davanti una rappresentazione dell’inizio di una rivoluzione della vostra società e di fronte a voi, che si estende al di sotto della rupe dell’acropoli, la vostra città.

Altra invenzione di Euripide in questa tragedia è proprio la struttura del personaggio di Medea: lei è a tutti gli effetti la fortuna e la rovina di se stessa, solo lei può essere l’eroe che la fermerà e decide di non farlo.

Medea ha due armi: veleno e inganno.

Che altro potrebbe fare?

Il suo animo è quello di un uomo non il suo aspetto.

(Abbiatene pace, agli ateniesi si poteva spiegare solo così: se sei donna non ti aspetta essere considerata capace di atti colmi di passione, quindi sei uomo.)

  • Inganna Creonte;
  • Inganna Egeo;
  • Inganna anche Giasone;
  • Inganna anche se stessa per riuscire a superare i suoi limiti.

Se non fosse una donna con un lungo chitone sarebbe Odisseo, no?

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Fregio di Giasone e Medea. “La prova dell’agnello” Ludovico o Agostino Carracci

Ma, mentre tutti gli altri eroi pagano con un risvolto amaro la loro vendetta e in un qualche modo si ha un momento di sfiducia nel confronto degli dei, Medea non dubita mai del loro supporto.

Inizia a chiamarli in causa, come testimoni dell’oltraggio subito, fin da subito e non dubita mai del loro appoggio, nemmeno nell’atto finale.

Medea, dopo aver ucciso i suoi figli è già molto lontana, Giasone non può raggiungerla perché è sul carro che le ha donato il Sole, suo nonno. Oramai, ella non è più mortale ma una Thea.

Normalmente, in una tragedia, sarebbe intervenuto un dio a sciogliere l’azione ma Medea è ormai al loro grado e non ha bisogno di intermediari.

Non solo ha privato Giasone della sua prole ma lo prima anche della consolazione della loro sepoltura.

La tragedia di Medea deve aver sconvolto, non poco, gli ateniesi.

Non solo una donna che si atteggia a uomo e dio ma, proprio in quanto donna, ha osato uccidere i propri figli.

Medea incarna lo spirito della vendetta o qualcosa di molto simile ad un demone dell’Ade.

Ma quale motivo aveva Euripide per rendere “uomo” Medea?

Si è discusso a lungo se Euripide fosse un “femminista”, in realtà non fu questione di difendere o meno i diritti della donna nella società ateniese quanto quello di mostrare, agli occhi della società del tempo, la realtà delle cose: con o senza diritti, le donne sono capaci di compiere e subire delitti esattamente come gli uomini.

La tragedia di Medea ad opera di Seneca.

Questa opera vede i suoi natali in un periodo politico davvero turbolento.

Era il I secolo d.C. e, cosa più importante, Nerone governava Roma.

Seneca si trovò, anche se non è del tutto chiaro l’anno in cui iniziò, né se le sue opere vennero mai rappresentate, a scrivere tragedie.

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Seneca morente, Pieter Paul Rubens

Forse, nonostante ci avesse già provato con il De Clementia, a compiere un ultimo tentativo di portare il principe di cui, per un certo tempo, fu il precettore di tornare sulla retta via.

L’episodio della tragedia di Medea è il medesimo di quello narrato da Euripide.

Giasone, con Seneca, non tenta di essere conciliante con la madre dei suoi figli, come avveniva in Euripide.

Egli, anzi, è rassegnato e succube al volere di Creonte.

A differenza della tragedia di Medea di tradizione greca, in cui Giasone spiega le ragioni per cui prende in moglie la nuova fanciulla, in Seneca lo troviamo asservito a quello che Creonte e sua figlia gli comandano.

Questa tragedia, come le altre di Seneca, si prepara a spalancare molte porte ai tragediografi successivi.

Questa Medea è una strega nel senso in cui ce ne potremmo immaginare una.

Per preparare i doni che regalerà alla nuova moglie di Giasone, ella si accinge a chiamare a testimone ogni forza universale e usare ogni sorta di oggetto per dare consistenza alle parole.

Non sta preparando un filtro, non sta solo maledicendo qualcuno, sta compiendo un vero e proprio incantesimo.

Immaginatevi la scena: una donna animata da un furore ultraterreno che pur di avere successo strappa pezzi di cielo con le mani e pezzi di Ade con i piedi.

La tragedia di Medea, nell’opera di Seneca, è terribile e ben oltre la soglia della follia.

Ella è una sorta di Erinni, una sacerdotessa di Ecate che dopo aver fatto da ancella al suo stesso parto si prepara a punire con la morte chi è empio.

La protagonista enuncia il motivo di ogni delitto compiuto, prima di questo che si accinge a mettere in atto: ogni gesto, ogni inganno è stato fatto per qualcun altro, non per odio verso i destinatari.

Giasone è colpevole quanto lei ed è suo scopo che Creonte se ne renda conto.

Giasone deve cadere con lei, con o senza l’aiuto del re.

La novità più truce, apportata da Seneca nella tragedia di Medea, consiste nel delitto dei figli.

In Euripide, Medea uccide i figli non direttamente davanti agli spettatori: essi sono già morti al momento in cui Giasone arriva. Nell’opera di Seneca, esaltando il pathos della scena, Medea uccide i ragazzi davanti al padre.

Giasone deve capire che pure le sue mani sono macchiate del sangue dei delitti di Medea e, se lei deve andarsene dal mondo che conosce in solitudine, allora deve sparire anche lui e condividerne l’esilio.

Perché la violenza diventa così necessaria ne la tragedia di Medea ad opera di Seneca?

L’autore sta scrivendo di una società avvezza alla violenza e all’incertezza.

La popolazione è memore del regno di Caligola e ora vive alla luce delle stravaganze di Nerone.

Roma era pronta alla violenza anche se non si è mai pronti, nemmeno in quella più smaliziata, a vedersi privare della propria discendenza.

Medea, come Giasone sa, è già stata crudele per permettere al suo sposo di vincere.

Ora non può compiere un gesto che abbia meno pathos dei precedenti, altrimenti nessuno la prenderebbe sul serio e la schernirebbero.

Seneca voleva che una strega, un Erinni, una sacerdotessa di Ecate mostrasse a Roma il futuro di quel regno.

Credo che desiderasse che i cittadini e il suo allievo (su ogni altro) vedesse cosa si prova ad essere privato della gioia di dare un’eredità a Roma. Che Nerone guardasse su quale china si era incamminato.

Quando Nerone morì, il senato diede ordine di cancellare ogni cosa ricordasse la sua presenza.

Medea aveva compiuto il suo scopo: portato nei cieli quanto di buono Nerone fece e lasciato Roma a dover dimenticare gli errori di colui che l’aveva amareggiata.

Le accuse a Medea in Attica e a Roma

 La figura di Medea venne svilita.

Venne accusata di essere una maga ma l’unico sortilegio che lei ammette di aver compiuto è un omicidio fatto compiere ad altri.

Inoltre, in Grecia, ma non solo, era pratica comune registrare, anche da parte dei comuni cittadini, presso i templi, su supporti di cocci e papiri, delle Defixiones. Ovvero maledizioni verso coloro che avevano commesso un torto al mandante.

Se Medea, per aver maledetto Giasone e la sua nuova moglie, è una strega allora lo sono anche tutti i cittadini.

In fondo, non serve essere esperti in qualcosa per uccidere qualcuno. Anche una donna può accompagnarlo sul ciglio di una rupe e spingerlo giù, tutto questo senza essere un dottore in magia.

Medea venne accusata di essere crudele perché straniera.

Questo è un vizio che la gente avrà anche ne i secoli a venire.

Giasone afferma che Medea dovrebbe essere grata per essere stata portata in Grecia, perché questo l’ha resa civile.

tragedia di Medea
Charles André van Loo – Mlle Clairon en Médée, 1760

Sappiate che anche Annibale, quindi un uomo, venne scusato di essere nato da cartaginesi. Visto che i romani non riuscivano a batterlo, scoprirono che aveva avuto una formazione scolastica greca e quindi poteva essere considerato un loro pari e un avversario degno.

Mai visto qualcuno accusare altri di essere strani perché non appartenenti al proprio gruppo culturale?
Ecco, non è un problema di maschilismo e un problema di ignoranza e di società.

Venne accusata di non essere una donna.

Al massimo la si poteva accusare di non avere un comune senso di umanità e, come vedete, non ha nulla a che fare con il fatto che fosse nata femmina.

Nessuno degli autori, nella propria tragedia di Medea, sta giustificando la protagonista per aver ucciso due bambini ma, incaricandola di impersonare una divinità, stanno mostrando a cosa portano la vendetta e la giustizia divina.

Potete leggere il precedente articolo: Pharmakis, strega e donna: Medea e il suo mito

Potete trovare le due tragedie:

Euripide

Seneca

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Author: Altea Alaryssa Gardini