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L’inchiostro medievale ed i pericoli delle “pagine velenose”

Sin alla nascita della stampa a caratteri mobili – avvenuta in Europa nel 1455 ca. grazie al contributo dell’orafo e tipografo tedesco Johann Gutenber – ai monaci e ai chierici era affidato il monopolio culturale, custodito nei monasteri.
Le meravigliose pergamene, pregiato patrimonio d’epoca medievale, erano il prodotto di un lavoro certosino che, negli scriptoria dei cenobi, impegnava gli amanuensi.

Questi abili produttori del sapere si servivano di strumenti fondamentali quali: il calamo, la penna d’oca, l’inchiostro, una punta di piombo che serviva ad effettuare la “squadratura” del foglio – utile per una corretta e precisa impostazione della scrittura – e un raschietto utilizzato per cancellare, mediante la tecnica della raschiatura, di eventuali refusi.
La creazione dell’inchiostro richiedeva il ricorso a complessi procedimenti alchemici: potremmo, dunque, affermare che poco frequentemente la persona del monaco amanuense incaricato di scrivere in bella grafia o miniare una pergamena coincideva con quella del preparatore dei pigmenti.

inchiostro

Inchiostro sì, ma come crearlo?

La bella grafia o i capolavori d’arte figurativa contenuta nelle miniature o nei marginalia dei codici medievali vedevano l’impiego di una sostanza di contrasto: il monaco cristiano di origini tedesche del XII secolo,  Teofilo, nel trattato “De Diversis Artibus” riferisce di un inchiostro a base di ferro, prescrivendo, per la sua preparazione, un estratto polverizzato dalla corteccia di alcune piante che – al fine di produrre il colore nero – avrebbe necessitato di essere mescolato con un composto di zolfo, in alternativa al sale ferroso; la ricetta riporta anche la pratica della miscela di ferro e tannino.

Le noci di galla, elemento fondamentale per la creazione dell’inchiostro ferrogallico, la Punica Granatum (o melagrana), frutto la cui buccia risulta essere colma  di escrescenze, e dunque, tannini.

Un ricettario “universale” era, con alte probabilità, assente all’epoca d’interesse ma moltissime sono le prescrizioni, fra loro analoghe, che son state rinvenute in differenti manoscritti riportanti indicazioni destinate alla figura del preparatore d’inchiostro; tra queste antiche ricette si ricorda quella contenuta nel ms MA 614 (f.17r), ubicato presso la Biblioteca Civica Angelo Mai di Bergamo e risalente al XV secolo, che riporta la ricetta dell’atramentum, che –  seguito dall’aggettivo librarium – indicava sin dall’antica Roma l’inchiostro o il pigmento adoperato per la scrittura e la pittura.

Il nerofumo l’encausto e l’inchiostro di oggi

Gli studiosi ritengono che a rivoluzionare la scrittura fu il nerofumo: esso veniva preparato dai resti di origine animale o vegetale prodotti dalla combustione del fuoco: i resti della inceneriti dovevano essere coperti, racchiusi in una sorta di pentola con coperchio in terracotta o metallo in modo che le particelle di cenere non si disperdessero ma si depositassero in una patina scura sulle superfici interne del contenitore;
Quanto appena affermato in merito alla pratica, probabilmente, ha dato vita termine “inchiostro”, la cui etimologia deriverebbe dal latino encàustum e dal greco en-kaustón, parola che designerebbe un elemento bruciato e riposto, poi, al coperto.
Adoperato nel Basso Medioevo sulle pregiate pergamene era indubbiamente il preparato di inchiostro di galla, denominato anche “ferrogallico” ed adoperato sin dall’età romana come si evincerebbe dal Papiro X di Leida – conservato presso il museo archeologico della città universitaria dei Paesi Bassi di cui porta il nome  – e dal Papiro Holmiense”,  risalente al III secolo e conservato a Stoccolma.

Questi due testi alchemici racchiudono alcune delle più antiche ricette dedicate alla preparazione del gallato di ferro e, assieme all’opera “De Arti Illuminandi” del XIV secolo, trasmettono le più importanti conoscenze relative alla creazione dei pigmenti.
L’archeologia dimostra che si iniziò a scrivere incidendo tavolette di argilla, tavolette cerate, pietre e cortecce d’albero;
Plinio il Vecchio ci riferisce che nella città di Pergamo,  durante il II secolo a.C. , la pergamena fece la sua prima comparsa sostituendo il Papiro, adoperato sin a quel momento.

La pergamena sarà, dunque, il folio sopra al quale verranno applicati i materiali di contrasto con il sussidio di pennelli, pennini d’oca, pennini palustri e calamai.

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Scrittura e preghiera

I procedimenti di creazione di questi materiali, i pigmenti, spesso utilizzavano come unità di misura del tempo i vespri, le preghiere ed altre azioni brevi collegate alla prescrizione “ora et labora” prevista dalla Sancta Regula di San Benedetto da Norcia.
La pratica alchemica alla quale spesso si faceva ricorso per la produzione dell’inchiostro – utile alla scrittura ed alla miniatura delle pergamene – poteva rivelarsi assai nociva per l’uomo, causando intossicazioni ed avvelenamenti che potevano ledere l’integrità fisica o, nei casi più gravi, la vita dell’addetto allo scriptorium.

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About Post Author

Antonia Depalma

Antonietta Depalma è esperta di criminologia clinica, autrice di diverse pubblicazioni. Collabora con riviste dedicate al Mistero. Appassionata dell’epoca basso medievale, è una rievocatrice e studiosa del periodo storico e, più in particolare, dell'aspetto circoscritto alla paleografia.
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