Neanderthal: tra scienza e narrativa, il riscatto del primo europeo

Siamo parenti stretti, quasi fratelli. E, come spesso avviene in questi casi, è facile che si vada poco d’accordo. O troppo. Così il Neanderthal è stato soppiantato dal Sapiens, ma c’è stata una quantità di buoni rapporti tale da lasciare comunque la loro traccia nel 2% del nostro DNA. Insomma, una relazione complicata.

Neanderthal

Neanderthal e Sapiens: così simili, così diversi

Infamati, rappresentati come truci scimmioni, i nostri congiunti-non-più-conviventi hanno avuto il loro riscatto negli ultimi anni, nella saggistica rivolta al grande pubblico ma anche nella narrativa.

Anzi, all’improvviso il Neanderthal, l’uomo delle glaciazioni perduto nel passato, è divenuto di moda. Lui non se lo sarebbe mai aspettato e probabilmente, concreto com’era, non se ne sarebbe nemmeno curato.

Noi Sapiens – dal collo lungo adatto all’emissione di gorgheggi molto articolati e con la schiena da sbruffoni pagata a lombalgie – siamo vanesi per natura. Siamo costruiti per creare una marea di rapporti sociali di vario livello.

Ma, in un’Europa coperta da ghiacci e foreste, si dava spazio solo a ciò che era solido.

A partire dall’aspetto del Neanderthal. Ossa robuste, muscolatura molto forte, vere calamite di vitamina D, non apparivano certo come nell’immaginario collettivo, ossia coperti da una fitta peluria scura e tutt’al più da un pudico quanto inutile gonnellino di pelle.

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Non sarebbero potuti sopravvivere in un ambiente in cui l’adattamento era tutto. Erano signori del freddo, i nostri cugini. Con la caratteristica arcata sopracciliare sporgente e una testa grande e ben farcita di cervello, braccia lunghe e gambe corte e robuste, attraversavano le steppe nutrendosi di molta carne, funghi, radici e frutti selvatici.

Il loro fabbisogno calorico era elevato, per via del clima, dello stile di vita e anche della massa muscolare. Ma la presenza di fauna ricca di grasso permetteva loro di soddisfarlo.

Per farvi un esempio a noi vicino: il Circeo, oggi conteso tra cacciatori di abbronzatura, all’epoca era più ampio – il mare durante le glaciazioni regredisce – e popolato da iene, rinoceronti, ippopotami, elefanti, cervi, buoi e cavalli selvatici. Incredibile, eh?

Calato nel proprio mondo, il Neanderthal sopravviveva in modo eccellente: come appurato dall’Università di Barcellona, sapeva persino curarsi con funghi antibiotici e masticava corteccia di pioppo come antinfiammatorio.

Alla ricerca del Neanderthal: saggi ed esperimenti per Sapiens curiosi

Insomma, era tutto meno che un brutale ominide. How to think like a Neandertal è un saggio frizzante e documentato, opera dell’archeologo Thomas Wynn e dello psicologo Frederick L. Coolidge.

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Il loro scopo è stato unire competenze ed evidenze per cercare di ricostruire la vita interiore dei nostri cugini.

La genetica – segnatamente il gruppo di geni chiamato FOXP2 – ci suggerisce che i Neanderthal potessero parlare, sebbene in maniera molto diversa da noi per ovvi motivi strutturali; i resti trovati nelle caverne ci raccontano una quotidianità familiare intensa, la pratica dell’inumazione già diffusa, l’uso di colori, di fiori e monili a scopo rituale e decorativo.

Quindi, il Neanderthal era inferiore a noi? Diremmo di no. Era diverso?

Sì. Ma non possiamo, non ancora, dire come.

Sappiamo da un recente esperimento tenutosi nell’Università di San Diego, in California, che un solo suo gene aggiunto a un minicervello creato in laboratorio – tecnicamente un organoide, ossia un piccolo agglomerato di cellule su struttura 3D – fa sì che le sinapsi si connettano tra di loro in modo diverso dalle nostre.

È affascinante, il Neanderthal. Saggi su di lui se ne trovano ovunque, ormai. Oltre a essere incidentalmente trattato in caposaldi del genere divulgativo come Da animali a Dei di Yuval Noah Harari o Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond, il nostro cugino tarchiatello e in gamba è protagonista di Mio caro Neanderthal, della paleoatropologa francese Silvana Condemi.

La fine del Neanderthal: più cause e un pizzico di planetaria sfortuna

E allora, cosa ci ha fatto di male questo cugino per essere dipinto come un rozzo bestione?

Troppo simile a noi e al contempo diverso per essere guardato con oggettività dai primi studiosi. E figuriamoci le occhiate tra Sapiens e Neanderthal al loro primo incontro!

Eppure, a essergli fatale non è stata la nostra frequentazione. O almeno non solo.

Noi avevamo delle differenze genetiche che hanno funzionato meglio in quel preciso luogo e momento rispetto alle loro caratteristiche, vincenti fino al giorno prima.
E non si è trattato neppure unicamente di una questione di clima e alimentazione.

È vero, finite le glaciazioni la fauna è cambiata, è diventata più piccola e veloce, facilmente cacciabile dai nuovi arrivati Sapiens.

Ma è anche vero che i Neanderthal sono vissuti ancora a lungo là dove, spostandosi, hanno trovato un ambiente adeguato. Lo raccontano i resti trovati in Spagna e Portogallo: in fondo la vita da pescatori non doveva dispiacer loro. Proprio lì, lentamente come il sole d’estate, gli ultimi Neanderthal sono scivolati nell’oblio in un lungo tramonto.

Ultimi studi parlano di una contingenza che può spaventare persino noi moderni, tanto è planetaria e sfuggente: circa 40.000 anni fa il campo magnetico terrestre calò del 25%, lasciando filtrare raggi UV che, per motivi genetici, favorirono noi Sapiens attivando invece una variante genetica nel recettore di una proteina che rese i Neanderthal più vulnerabili allo stress ossidativo, riducendo cospicuamente la loro popolazione in soli 2000 anni.

Insomma, i nostri cugini sono stati sfortunati: si sono trovati, in un ambiente in rapido mutamento, a dover competere per le risorse con noi Sapiens, peraltro favoriti da un gene che, in quel momento, indeboliva loro.

Il lato libresco della preistoria: romanzi e non solo sui Neanderthal

L’idea di queste tribù sconfitte e languenti nelle terre più a ovest ha solleticato la fantasia dei romanzieri e sugli ultimi Neanderthal esiste un vero filone narrativo in spagnolo.

Ma a far balzare i nostri misteriosi cugini agli onori delle classifiche fu già Jean Marie Auel, autrice della saga I figli della Terra. L’idea di base è semplice ma non banale: Ayla, una piccola Sapiens, perde la sua famiglia durante un terremoto e viene salvata da un clan di Neanderthal.

La reciproca diversità dà le mosse alla storia e permette la stesura di un primo libro sfizioso e icastico, con personaggi memorabili, al punto da essere trasposto sul grande schermo nel 1986 con una bellissima quanto improbabile Daryl Hannah nei primitivi panni della protagonista.

E qui mi sento un po’ fossile anche io.

Nei libri seguenti, Ayla parte alla ricerca della sua gente, di quelli “come lei”.

Nel farlo si imbatte – violando le leggi del tempo per licenza poetica – in scoperte più o meno istintive che spaziano dalla domesticazione animale alla meccanica del concepimento umano, esplorata ampiamente con il compagno che incontrerà, Sapiens come lei, ma decisamente meno sveglio. Insomma, i primi libri sono i migliori.

Claire Cameron invece è autrice de L’ultima Neanderthal, che racconta una storia fortemente emozionale e su diversi piani temporali.

Due donne si confrontano, unite dal loro animo materno, anche se a separarle ci sono centinaia di migliaia di anni: una di loro è archeologa, l’altra è la legittima proprietaria dei resti che la prima sta studiando.

Entrambe vedono la fine del proprio mondo avvicinarsi e prendere forma nella difficoltà di sostentamento e nell’impossibilità di crescere il proprio cucciolo al sicuro. Che, invece del Mammuth, oggi sia in estinzione il lavoro retribuito è solo un dettaglio in più tra i tanti che accomunano la ricercatrice alla persona di cui lei maneggia le ossa.

L’idea, abbastanza romantica, del Neanderthal che si scopre ormai solo al mondo e che trova speranza nell’amore per una controparte Sapiens torna in Ao, l’ultimo dei Neanderthal (2010), film svizzero diretto da Jacques Malaterre.

La pellicola probabilmente non è arrivata a Roma visto il nome del protagonista, confermando la nostra involuzione.

In realtà, e a parte ogni ironia, è probabile che i nostri cugini non si siano proprio accorti del cambio di passo nella genetica umana.

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Si sono sciolti come ogni cosa della natura fa, quando giunge la sua ora.

Quelli che ci hanno lasciato i loro geni si sono mescolati ai Sapiens fino a esserne assorbiti, tutti gli altri sono morti con quella piccola percentuale di velocità in più bastevole a estinguere la specie: in un mondo naturale, dalla bellezza virginea e spietata, nessuno ci avrà fatto caso.

Ma noi Sapiens, ciarlieri e curiosoni, vogliamo ascoltare di nuovo cosa hanno da raccontarci i nostri misteriosi cugini Neanderthal.

 

Volete saperne di più? Ecco per voi alcune fonti:

https://www.eupedia.com/europe/neanderthal_fatti_e_miti.shtml

https://www.cnr.it/it/comunicato-stampa/8759/svelata-la-causa-dell-estinzione-dei-neanderthal-e-di-altri-mammiferi
https://www.ansa.it/canale_scienza_tecnica/notizie/ragazzi/news/2021/02/12/ottenuto-un-mini-cervello-con-un-gene-dei-neanderthal_a2f02333-fb60-49c8-a6da-b947fbe2bdfd.html

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